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Roma, una mattina di sole

Arriverò tardi pure questa mattina. Mi alzo alle cinque, faccio due ore di viaggio e poi devo andare pure dal preside. Sa di scusa, lo so, ma se c’era un incidente, la colpa non è mia. Tanto oggi non c’è niente di importante alla prima ora. Alla seconda, invece, la professoressa di italiano spiega, poi ci sono le interrogazioni, ma oggi non tocca a me. Mi devo far dare gli appunti di diritto, la differenza fra diritto soggettivo e interesse legittimo non l’ho proprio capita. Accidenti, sono passata con il semaforo rosso, un cretino a momenti mi mette sotto.

Oddio, i libri. Cos’è successo? Perché sono per terra? Sono caduta sui sanpietrini? E cos’è questo dolore dietro la schiena? Ehi, ma cosa stai facendo? Cosa ho fatto? Sto andando a scuola, sono pure in ritardo e mi tocca andare dal preside per giustificarmi.
Mi fai male, lasciami le mani. Perché mi stai picchiando?
Madonna la manifestazione. Me n’ero dimenticata. Cos’è quel fumo che viene da Piazza Esedra? Mi fai male, lasciami, non ho fatto niente, stavo correndo perché l’autobus ha fatto ritardo. Non ho buttato niente. I libri, dove sono i libri? C’è il quaderno di Eleonora, glielo devo ridare. Lasciami, smettila, potrei essere tua sorella. Pensa se fossi la tua ragazza?

Ho visto dove sono finiti i libri, mi alzo, li prendo, lo guardo. Assomiglia al mio amico che lavora in una bella città sul lago. Il suo è un viso buono, ma ha la paura negli occhi e pure un po’ di stupore, come se solo ora si rendesse conto che mi ha fatto male.
Cerco di non piangere, di non sentire il dolore, non sa che fare, gli chiedo di accompagnarmi a scuola, sono in ritardo. Meno male, cammino bene, ma ho male al polso. Sono arrivata, mi fermo sul portone, mi accorgo che ha gli occhi lucidi, accenno un sorriso, abbassa lo sguardo, gli prendo la mano ora disarmata. Mi dice il suo nome e mi chiede perdono. E’ successo a Roma verso la fine degli anni settanta, in una mattina di sole.

Pubblicato il 15/11/2008 alle 0.50 nella rubrica Ricordi.

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