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Luoghi incantati
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11 ottobre 2009

Mesi intensi

    Per farmi perdonare il silenzio... :)

28 agosto 2008

Catalogna, mi amor

 


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permalink | inviato da stella-marina il 28/8/2008 alle 23:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

19 giugno 2007

Angoli di cielo

 A Napoli c’è piazza Bellini, un angolo della città che amo molto. Sembra di essere fuori dal mondo: puoi prendere il sole, chiacchierare con gli amici bevendo qualcosa tranquillamente, lontano dalla folla e dal rumore. E nella piazza c’è Evaluna, una piccola libreria delle donne e non solo dove si possono trovare grandi cose. Io ci ho trovato ‘O Princepe Piccerillo.

Dicette ‘a vorpa: Chisto è ‘o segreto mio. E’ assaje semplice: se vede buono sulo cu ‘o core. L’essenziale nun se vede cu ll’uocchie.
L’essenziale nun se vede cu ll’uocchie, ripetette ‘o princepe piccerillo, pe se l’allicurda’.


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28 maggio 2007

Paris toujours Paris

Giorni agitati. Tante cose da fare, l’ennesimo cerchio da far quadrare. Ed io, nell’anima e nel fisico, comincio ad accusare i colpi di un filo tenuto teso da troppo tempo. Non riesco a dormire bene e quando crollo, sfinita dalla stanchezza, faccio dei sogni strani. L’altra notte c’erano due me, una piccola e una grande. La stranezza era che M. piccola incitava quella grande a non aver paura perché non c’era niente da temere. Mi ha fatto stendere in senso parallelo ai binari di una ferrovia. Dopo il passaggio del treno, M. piccola mi ha guardato e con il sorriso disarmante che solo i bambini hanno, mi ha detto Hai visto, non c’era mica d’aver paura, siamo ancora vive.
Intanto, alcune cose vanno avanti. Una piacevole è che i primi di luglio dovremmo andare a Parigi per un matrimonio. Si sposa una ragazza che per me è una nipotina acquisita, o meglio, è figlia di una mia amica, che però è come una sorella. Potrei scrivere un libro che, parafrasando un libro di Isabel Allende, potrebbe intitolarsi La mia famiglia inventata. Ho un papi, una sorella e un fratello che ho scelto, non mi sono capitati per caso, come i parenti, quelli di sangue, che ci sono, ma ai quali non credo più. Ognuno è quello che è e io ho scelto tempo fa di essere una persona diversa da loro. Ognuno ha la sua natura e la mia non è quella di essere cattiva. Io posso solo difendermi, l’ho imparato per spirito di sopravvivenza.
Ma torniamo a Parigi. Questa è la quarta volta che ci vado. La prima e la seconda, ormai più di venticinque anni fa, fu per una questione di salute. Andava di moda mandare le persone all’estero ed approfittai di un problema che ho dalla nascita per farmi una vacanza. Sono quella del bicchiere mezzo pieno, io. La prima volta era settembre, un magnifico settembre. Andai per un consulto da uno specialista e, visto che parlavo francese (leggasi: sai cavartela da sola), i miei pensarono bene di non accompagnarmi. Anch’io non feci opposizione, devo dire. Mi piaceva l’idea di essere libera in terra straniera. Ma non restai sola a lungo. La scalinata che conduce a Place du Tertre fece il resto.
La seconda volta, nel febbraio successivo, capii che quello a Parigi era un mese invernale. A Roma era primavera mentre nella Ville Lumière cadeva la neve. Rimasi alcuni giorni in un ospedale che a me sembrava la navicella di Star Trek: tre piani sotto terra, gallerie lunghissime con porte che si aprivano al passaggio della barella, musica ovunque e il sorriso di quel giovane medico che, asciugandomi una lacrima, mi disse che ero stata brava, non mi ero mossa, era andato tutto bene. Come dimenticare poi quel capotreno che alla gare de Lyon, vedendomi con quel tailleurino principe di galles di lana fredda, mi disse di salire anche senza prenotazione perché, a costo di cedermi la sua cuccetta, non mi avrebbe lasciata a terra. Persone incontrate per caso e che non avrei più rivisto, ma capaci di scaldarti il cuore.
La terza volta è stata diversa, molto diversa. C’era da festeggiare il primo anniversario di matrimonio e Parigi sa metterci di suo quando deve creare l’atmosfera. A luglio sarà solo per qualche giorno, il tempo del matrimonio e del week-end. Ma saremo insieme a persone care per augurare a S. e R. tutta la felicità di questo mondo e anche di più.




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12 novembre 2006

Umbria, da piccola e da grande

L’Umbria è da sempre nel mio cuore. Anche perché è la prima regione che ho visitato da bambina. Sono nata negli anni del boom economico, nei mitici anni ’60, come direbbe Gianni Minà. L’Italia stava assaporando i vantaggi dello sviluppo economico ed avere un’utilitaria era considerato un sogno non più irraggiungibile per tanti italiani. Mio padre era uno tra questi. Aveva preso la patente da grande e aveva subito comprato una Bianchina blu station wagon, si direbbe oggi. Nel nostro piccolo paese era un avvenimento: l’automobile era uno status symbol, il segno tangibile che la propria condizione sociale era cambiata anche perché significava autonomia di movimento.
Io non capivo molto dei cambiamenti sociali della mia famiglia, ma mi resi presto conto che quella piccola scatoletta blu mi permetteva di uscire dal perimetro del paesello natio che già sentivo stretto: si andava a Tivoli al cinema, a trovare la nonna che viveva con lo zio prete, ad accompagnare mia sorella in collegio, a far visita alla sorellina che non avevo mai conosciuto al cimitero e, d’estate, si andava al mare e a trovare gli zii che vivevano a Roma e a Perugia. Per una bambina come me salire sulla macchina di papà era una festa attesa come il regalo il giorno del compleanno. D’estate, poi, si andava in vacanza e questo voleva dire stare fuori tanti giorni, vedere luoghi nuovi, incontrare persone diverse ed io ho sempre adorato viaggiare.

All’epoca, la religione aveva una certa importanza in famiglia e quindi, quando si doveva decidere dove andare in vacanza, si preferivano le mete religiose. Lo zio carabiniere a Perugia era un ottimo punto d’appoggio. Così si partiva tutti insieme e si portavano con noi nonno Tomasso e nonna Nunziata. Questo è stato il mio primo incontro con l’Umbria.
In quegli anni ho visitato Assisi con la sua basilica e ho conosciuto le storie di San Francesco e di Santa Chiara. Nonno comprava sempre i libri con la vita dei santi, li leggeva con calma, perché aveva fatto due guerre e a scuola c’era andato poco e poi me li raccontava come oggi si raccontano le favole ai bambini. Ricordo ancora la salita per andare alle carceri dove San Francesco parlava con gli uccelli, noi eravamo in sei e la macchina andava su a fatica.
Non c’era ancora il turismo di massa, a visitare chiese e luoghi sacri eravamo in pochi, tutti italiani, anzi tutti fedeli in pellegrinaggio. Cominciai a pensare che quelle città fossero posti speciali se così tante persone che vi avevano vissuto erano diventate degne di tanta venerazione. Ad Assisi seguirono Cascia, Roccaporena, luoghi di Santa Rita, e tanti altri. Negli anni a seguire, l’Umbria è stata sempre più spesso la meta delle nostre vacanze estive. Un misto di svago e devozione.

Da grande, ci sono tornata sempre volentieri. E’ un piccolo scrigno e ogni piccola cittadina ha dei gioielli da mostrare: da Narni a Orvieto, da Spoleto a Todi, come pure Bevagna e Trevi solo per citarne alcune. Sono luoghi che sanno regalare qualcosa che oggi è difficile da trovare: un senso di tranquillità, di pace, di tempi che hanno una scansione più lenta, più vera. Il piacere dell’incontro con l’altro, la possibilità di uno scambio reale anche solo nel dire buongiorno. E’ come se la dolcezza delle colline e dell’aria avesse un effetto anche sui rapporti tra le persone. Mi sono venuti questi pensieri anche perché oggi sono stata a Todi e ho riprovato di nuovo quella bella sensazione di meraviglia che provavo da bambina quando nonno mi raccontava di Francesco che era stato ricco, ma aveva rinunciato a tutto per far del bene ai poverelli. (1 ottobre 2006)

 




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22 agosto 2006

Vacanze bestiali

Un abbraccio a tutti/e! Le vacanze sono finite... pure le lavatrici e quasi tutto è a posto lavato e stirato... solo io sono uno straccio!
Scherzo…  Il viaggio è andato benissimo e Praga è veramente una città da vedere: più bella e meglio conservata di Budapest e non così sfacciata nella sua ricchezza come Vienna. E’ una città sobria, signorile, consapevole della sua storia che si legge su ogni torre, edificio e palazzo, ma che riesce ad essere allo stesso tempo, disponibile, accogliente, morbida… fa venire in mente una gatta che fa le fusa a chi l’accarezza con dolcezza.

In effetti, il gatto deve essere uno dei simboli di Praga perché lo dipingono dappertutto: sulle tazze, che va a spasso con la coda dritta o che abbraccia un cane, sulle spille e sui fermacapelli che vendono su Ponte Carlo, anche se io di gatti in giro non ne ho visto uno…
Però, in compenso, ho visto dei ragni sulle paratie lungo la Moldava da far invidia ai lori consimili equatoriali… le ragnatele sembravano merletti tanto erano grandi ed elaborate. Dicono che mangiano le zanzare… e vabbé, ma cosa sarà mai una punturina di zanzara mitteleuropea in confronto alla vista di quei bestioni dalle zampe lunghe e pelose… brrr…

Sempre per restare in tema, ai gabbiani di Praga piace il teatro. Ce n’erano migliaia sul tetto del Teatro nazionale e, di notte, erano una visione quasi surreale: un tetto d’oro con delle urlanti macchie volanti bianche e nere… erano proprio uno spettacolo…
Tra l’altro, sempre i gabbiani, sono anche degli abili acrobati: li ho visti prendere al volo minuscoli pezzetti di pane lanciati dai turisti… oddio, un paio si sono dati una capocciata niente male, ma l’incidente non ha causato vittime, per fortuna…

L’ultimo giorno, Praga mi voleva salutare e, in rappresentanza, ha mandato due animaletti che adoro: uno scoiattolino rosso che se ne andava a zonzo per i prati e i viali di Vysehrad, l’antico castello, e un picchio, proprio uno di quelli che fanno il nido nel tronco degli alberi, in una via quasi irreale che portava verso il Monastero di Santa Agnese.
Ho apprezzato e ringraziato questa città che mi ha regalato una vacanza da incanto, dando molto e chiedendo poco in cambio, una città dove c’è da perderci gli occhi, a piedi e sempre con il naso all’insù… buona visione per chi ci andrà!




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